15 aprile 2007

Pulizie di primavera








Questo mese siamo un po' in ritardo, ma le pulizie di primavera e il rinnovamento (leggi tinteggiatura) della redazione ci hanno impegnato un po' di tempo extra ... ma non distraiamoci oltre e a voi il nuovo numero quindi





- Nonsolopiazza ma un centro di Paolo Posocco
- Trasporto pubblico privato di Marco Perici
- Città diffusa: cultura diffusa? (Parte I) di Stefano Ferello
- 300 di Valeria Siviero
- Mamma è andata a fare la guerra di Fiorenza Valentini

Buona lettura

Per raggiungerci: www.abecevario.it
Per scriverci: abecevario@gmail.com

Nonsolopiazza ma un centro



di Paolo Posocco
(Foto: via Cappuccini, centro storico di Castelfranco)


Castelfranco si identifica con la sua piazza, è il suo simbolo nell’immaginario collettivo. Chi viene “da fuori” non può non visitarla. Ma guardar bene però questo atteggiamento è anche una deficenza di Castelfranco e mi riferisco al bloccare la propria identità più forte, il centro, alla facciata dei palazzi che incorniciano la piazza, al di là di questi edifici, se non già dentro, c’è una trascuratezza imbarazzante.
Le vie retrostanti la piazza come per esempio la storica bastia vecchia, non hanno nessuna identità e sono lasciate a se stesse nonostante una notevole potenzialità non solo estetica ma anche commerciale.
Quando si è avuta l’occasione di fare qualcosa di nuovo si è anche cercato il nome presitgioso: Mario Botta, ma non si è avuto poi il coraggio di dire “No grazie!!” quando si è visto il progetto. Non occorreva essere esperti per intuire che era poco funzionale al nostro centro, che richiedeva al posto di un edificio chiuso, una contro parte aperta alla piazza Giorgione, un bilanciamento spaziale che potesse dare risalto ad una zona da sempre erroneamente poco considerata. Una nuova piazza aperta sul castello che creasse un polo aggregante che portasse anche verso borgo Padova e zona stadio il centro della cittadina.
Si pensa al futuro di una città progettando uno sviluppo urbanistico funzionale alle sue esigenze di insieme di cittadini.
Facendo una similitudine con l’organismo vivente si parla spesso di “organismo urbano” che per crescere forte e sano vuole che il suo cuore e gli organi vitali siano sani e dimensionati con la grandezza dell’organismo complessivo e della sua crescita futura.
Vi immaginate per esempio una bastia vecchia e via San Giacomo con una libreria moderna, un ristorante, dei negozi e come dicevo in un articolo precedente senza tutti quegli orribili orpelli di cartelli e bidoni della monnezza; insomma una realtà che inviti a vivere le vie limtrofe alla piazza, se poi l’ex convento cappuccini e l’edificio contermine ospitassero un altra piazza con lo spazio espositivo che manca a Castelfranco, quello che è il cuore della nostra cittadina si ingrandirebbe, avrebbe più respiro, darebbe più opportunità e più identificazione, allora una espansione comincerebbe ad avere un senso ed un cammino più logico, e non un castello ed una serie di complessi residenziali distribuiti “ad minchiam” che creano una sub periferia anonima. Quello che vedo però invece è che le strade dietro la nostra piazza non sono altro che dei retrobottega... oltre i quali si vorrebbero tanti palazzoni!

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Trasporto pubblico privato



di Marco Perici
(nella foto l'auto robot vincitrice del Grand Challenge che ha percorso 220 km totalmente da sola!*)

Si fa un gran parlare di traffico, di quanto usiamo inutilmente l'auto, che dovremmo usare di più il trasporto pubblico ... però se ci pensiamo bene anche il più irriducibile ecologista di noi proverà una sensazione di sgradevole pensando di non avere un mezzo tutto per se che parta da sotto casa e arrivi a destinazione.
Io ho una mia idea per il futuro: il trasporto privato pubblico. Di privato ci sarebbe il mezzo, piccolo e da pochi posti (da due a otto direi) di pubblico il fatto che dovrebbe essere automatico, nel senso che nessuno delle persone a bordo lo guiderebbe.
In questo modo sarebbe salvaguardata la privacy di tutti, la innegabile comodità di partire da dovunque e arrivare dovunque, ma non avremmo gli svantaggi della guida privata, tutti perfettamente accodati ad una specie di trenino fatto di piccoli mezzi singoli.
Anzi credo che arriveremo proprio a questo tipo di traffico forse nemmeno fra tanti anni: auto come quella che ho descritto nel mio pezzo di febbraio sono già in grado di accodarsi a chi la precede e lasciare al guidatore solo la responsabilità di sterzare, o meglio di stare in centro alla carreggiata. Appena un po' di intelligenza (artificiale ...) in più e magari un po' di infrastrutture adatte (cavi guida annegati nell'asfalto, reti wireless, satelliti etc.) nelle strade e si potrà lasciare anche il volante.
Si comincerà dalle autostrade e dai mezzi più costosi (camion e auto di lusso) e vedremo dedicare una corsia totalmente alla guida automatizzata, velocità di crociera intorno ai 110/120 (chissenefrega di andare di più, tanto si può dormire, parlare, leggere, vedere la TV, giocare) e sicurezza praticamente totale visto che a rispettare limiti, distanza di sicurezza e a guidare senza la minima stanchezza ci pensa il computer.
Dopo le autostrade le strade principali, probabilmente ci vorrà molto più tempo per coprire tutte le strade e stradine, ma volete mettere la fatica di dover guidare manualmente solo per il un terzo, forse un quarto del tempo di viaggio? All'avvicinarsi del tratto di strada non coperto dalla guida automatica, se il guidatore umano non sarà in grado di prendere il controllo del mezzo, questo si parcheggia da solo e aspetta.
Da qui ad avere auto sempre più ecologiche il passo è breve: a chi possono interessare tutti i cavalli e il rombo di un tremiladicilindrata quando le strade si percorrono tranquillamente tutti accodati? e cosa serve fare da 0 a 100 in 6 secondi?
Io da parte mia guido già spesso così: mi piazzo ad una buona distanza da chi mi precede (anche un centinaio di metri in statale, almeno il doppio in autostrada), regolo il cruise control alla velocità a cui vanno più o meno tutti e lascio scorrere tranquillamente il viaggio regolando con piccole correzioni dell'acceleratore automatico la velocità per mantenere tale distanza senza la necessità di toccare il freno ... e compatisco quello che passa tanti chilometri davanti a me ma appiccicato all'auto che li precede sperando di superarla, mostrando tutto lo stress che sta accumulando con repentini quanto brevi colpi di freno. Poi finalmente riesce a superare ed è libero di lasciarmi indietro ... di circa 300 metri, per accodarsi al camion successivo a rimpinguare la sua dose di stress a colpi di accelleratine e frenatine ...mah, contento lui.

*Per saperne di più:
Trionfo per automobili-robot alla gara del Pentagono nel deserto
Sito Darpa


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Città diffusa: cultura diffusa? (Parte I)




di Stefano Ferello
((Luogo culturale veneto: Cinecity di Silea?)



Sapete cos’è una città diffusa? Beh, guardatevi intorno ed avrete subito la risposta!
Gli urbanisti chiamano “città diffusa” un’area composta da tanti comuni, di fatto raggruppati in un’unica entità territoriale dove le singole municipalità si susseguono le une alle altre, senza soluzione di continuità.
Si potrebbe definirla una “metropoli” o “area metropolitana” molto estesa sul territorio, senza però essere una città vera e propria.
Quindi immaginate un’area estesa quanto una grande città europea (Londra), senza però che si sia sviluppata per espansione del centro (quindi Londra senza la City, il Tamigi, Piccadilly Circus, i parchi, il Big Ben, ecc.…).
E’ piuttosto l’insieme di tanti centri con vita ed identità propria, come una rete di piccole città.
La cittá diffusa in sé non costituisce un fenomeno negativo.
Una città diffusa intesa come una vasta area dove la qualità urbana si mantiene più o meno costante non è certo un fenomeno negativo.
Il problema non é l’espansione della città o la fragmentazione del territorio o la città diffusa come perdita irreparabile del centro.
Negativa é la maniera in cui finora si è sviluppata e come tuttora si sta costruendo.
Nella teoria infatti la città diffusa si caratterizza per la formazione di aree omogenee indipendenti ed isolate, collegate tra loro attraverso grandi infrastrutture urbane e tecnologie di comunicazione avanzate.
Nella pratica invece il problema c’è ed è ben presente di fronte, anzi intorno, a noi: in Italia, nella pianura padana, nella cosiddetta “città diffusa centro veneta” (come si definisce l'area tra Venezia Padova Vicenza e Treviso) queste infrastrutture non ci sono !
Aumentando le dimensioni di una città aumentano le distanze medie percorse.
La soluzione non puó essere la costruzione di infrastrutture sempre piú grandi; al contrario é necessario ridurre le distanze da percorrere, avvicinandoci il più possibile a distanze misurabili a scala umana.
Bisogna conciliare quindi le grandi dimensioni di una città diffusa con la necessità (alcuni la definirebbero “un diritto”) di movimento.
Il traffico ha cancellato i confini regionali, provinciali, comunali.
Nella Pianura Padana è nata infatti la "città diffusa" con 20 milioni di persone, tanti quanti sono gli abitanti di Bombay, che percorrono 20 km in media al giorno (nel 1980 erano 10) e 16.000 km all'anno (il doppio rispetto al 1980) su un'area urbana e sub-urbana di 30 mila kmq (con una densità di 650 abitanti a km) pari ad un quarto del Nord Italia.
Ai costi ed agli effetti dell’insediamento si sommano i costi e gli effetti amplificati degli spostamenti.
Il tutto in una provincia fatta di paesini e paesoni al confronto di un’unica vera città.
Città diffusa intesa come insediamenti densi ma non dotati di struttura gerarchica né di chiara appartenenza a una cultura urbana.
Alcuni la definiscono “campagna urbanizzata”, cioè un “continuum territoriale” di aree a medio-alta densità abitativa e imprese collegate al territorio.
E’ l’idea di “terza Italia” cioè policentrismo produttivo, scarsa distinguibilità funzionale, connubio culturale fra città e campagna, omogeneità politico-culturale
In sintesi, è sempre più difficile distinguere tra città e campagna.
Ripeto: la cosa, di per sé, non è necessariamente negativa.
La città diffusa può essere ipotizzata non come dispersione dell’abitato ma piuttosto una diffusione di funzioni sul territorio.

Il problema è che il Veneto negli ultimi trent’anni di “alluvione edilizia” ha conosciuto, grazie al motore della mediapiccola impresa, una metamorfosi radicale ed irreversibile divenendo una unica città diffusa caratterizzata da una singolare conglomerazione fra aree agricole e turistiche, zone produttive e commerciali, aree residenziali, centri storici, ville venete e borghi rurali.
Da un lato conserviamo forti specificità connesse alla propria storia e dall’altro presentiamo caratteri ormai tipici delle realtà metropolitane, quali la perdita della distinzione netta fra centro e periferia, la pervasività della mobilità, la disseminazione dei luoghi produttivi e commerciali, la dislocazione fuori dal centro dei luoghi del divertimento, della formazione e della cultura.
Non il vivere, ma soprattutto il “produrre” sono l’unico credo di questa nostra terra.
La città diffusa veneta, oltre a rappresentare un modello di sviluppo di difficile sostenibilità, mostra un drammatico sottodimensionamento di tutti i servizi pubblici e privati (dai trasporti collettivi in crisi per la dispersione abitativa, alle piazze, al commercio, al cinema, ai servizi sanitari), tra questi occorre menzionare i servizi, le opportunità e le risorse culturali.
E’ proprio su quest’ultimo aspetto che vorrei porre l’attenzione.
Sebbene una quota consistente della popolazione abiti la città diffusa, al di fuori dei grandi centri e dei comuni capaci di politiche culturali di respiro, non esistono dimensioni istituzionali, come ad esempio le aree metropolitane, capaci di affrontare i temi di un “cultural planning” su scala adeguata.
Le Amministrazioni delle Province, che potrebbero in parte occupare questo vuoto, hanno avuto fino ad oggi un ruolo marginale nel settore culturale, né, peraltro esistono leggi sullo sviluppo locale che premino fortemente le aggregazioni intercomunali anche nel settore culturale.
“Quale cultura nella città diffusa?” rappresenta una domanda assai complessa e di difficile definizione: proprio la globalizzazione, le tecnologie di informazione, la connettività abilitano comportamenti culturali e di consumo fortemente urbani in luoghi però molto diversi dalla città e rischiano di demandare ai centri commerciali integrati dai multiplex cinematografici il ruolo primario di contenitore delle opportunità, delle risorse e dei comportamenti culturali.

Il seguito….nel prossimo numero di abecevario!

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300



di Valeria Siviero

Le Termopili, nel nord della Grecia, sono uno stretto passaggio fiancheggiato sui due lati da scoscese montagne e dal mare.
Per Leonida, re di Sparta, è il luogo ideale per la difesa e proprio lì, in attesa che gli alleati greci organizzino le loro schiere, egli intende affrontare il poderoso esercito persiano guidato da Serse; un interminabile tappeto di oltre 2 milioni di uomini, secondo il dato più probabile degli storici. Due milioni contro i 300 guerrieri eletti di Leonida.
Egli infatti non intende aspettare oltre, sicuro che i suoi possano affrontare qualsiasi situazione. L’incredibile disparità numerica non preoccupa il re spartano ed egli appare come un dio mentre combatte, la sua lancia e il suo scudo sembrano scolpiti da mani ultraterrene e la sua forza soprannaturale, così come per i suoi 300 uomini, addestrati fin da bambini e non cedere mai, a non morire.
300 è un film che si inserisce in un’ormai fortunata serie di rivisitazioni storico-mitologiche, diretto da Zack Snyder che, ispirandosi alle tavole originali di Frank Miller, maestro assoluto del fumetto adulto (Spider-man, Daredevil, Sin City), è riuscito a realizzare una pellicola in cui dominano atmosfere cupe, dense, in armonia con gli eventi che si svolgeranno, ma nel contempo piene di quei colori che sono il marchio di fabbrica di Miller, il rosso e il giallo che si fondono sapientemente nel dominante bianco e nero.
Rispetto ai film precedenti, sembra quasi di assistere ad una cronaca di guerra e coloro che rappresentano gli eroi della storia non sono i famosissimi “belli e impossibili”, ma attori più o meno sconosciuti: il re spartano Leonida è interpretato da Gerard Butler (già protagonista del Fantasma dell’opera), certamente non ai livelli di notorietà di un Brad Pitt o di un Russel Crowe, il che mi aiuta ancor più ad immedesimarmi nella storia, e non mi concentro sull’interprete ma sul personaggio.
La battaglia delle Termopili riprende vita sotto i nostri occhi in un susseguirsi di attacchi da parte dell’esercito persiano, ma gli uomini di Serse sono destinati a costituire i mattoni di un alto muro che gli spartani intendono innalzare quasi fino al cielo, come minaccia e testimonianza della loro invulnerabilità.
Mi è rimasta impressa una scena in cui Leonida chiede ad alcuni alleati greci quale fosse il loro mestiere; alla risposte di alcuni di loro ,“il fabbro, lo scultore il contadino”, egli si rivolge ai suoi 300 che in coro affermano di essere solamente guerrieri.
Fonti storiche narrano che i greci combattevano a turno, concedendosi momenti di riposo da quel massacro, accasciandosi al suolo stanchi, sudati e sporchi di sangue per poi tornare a combattere.
Il passo delle Termopili era ideale per la difesa e solo quando entra in gioco il tradimento di un greco, Efialte, che si vende a Serse rivelando il nuovo percorso, la battaglia sembra ormai segnata.
Rimango sconcertata quando vedo cadere il primo guerriero spartano, ormai convinta della loro invulnerabilità, e mi rammento del fatto che essi sono pur sempre uomini mortali.
Snyder riesce a calibrare sapientemente la scene di azione violenta e quelle dedicate allo svolgimento della storia, senza tralasciare i momenti dedicati all’amore, per la compagna, per i figli e alla fedeltà verso il proprio re e i compagni.
Alla fine Leonida venne ucciso e gli spartani dovettero lottare ancora, questa volta per recuperare il corpo del loro re caduto dalle mani dei persiani.
I greci, stremati, si rifugiarono sul colle che sovrasta le Termopili per proteggere quel corpo, ma Serse ordinò che fossero finiti con le frecce.

Oggi sul luogo della battaglia si erge un monumento e su di esso Simonide riportò questa frase:

O viandante annuncia agli spartani che qui
noi giacciam per aver obbedito alle loro parole.


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Mamma è andata a fare la guerra



di Fiorenza Valentini

Unitamente alla notizia di quella gentile (!) signora inglese – qualche giornalista ripetente fin dalle elementari l’ha definita ‘marinaia’ – che è stata recentemente prigioniera in Iran con altri quattordici marine maschi, si è appreso che la donna aveva lasciato a casa un bimbo di tre anni per andare volontariamente a fare la guerra in Iraq.
E per ‘fare la guerra’ si intende proprio guerra, visto che il Regno Unito si è alleato con gli Usa con quel preciso intento. Quindi non si tratta di missione di pace, anche se chi è stato bombardato non distingue certamente un soldato da guerra (armato di fucile) e un soldato in pace (missione di) dotato di fucile.
Se la missione è quella di combattere in guerra, tramite le regole di ingaggio si chiarisce fin dall’inizio che oltre alla licenza di sparare si può anche venire colpiti dal fuoco (compreso quello ‘amico’ arrivato per errore), subire gravissime mutilazioni, perfino morire e non tornare a casa mai più. Da notare che il compenso per tutti i soldati volontari è altissimo. Inoltre, in caso di morte, verrà corrisposta dallo Stato di appartenenza una cospicua pensione a vita ai figlioli rimasti orfani (di madre nel caso specifico), e magari potrebbe pure arrivare una bella medaglia d’oro al valor militare, alla memoria.
Partendo dalla certezza che una donna che si offre come volontaria in qualità di militare per recarsi in una nazione dove c’è (o c’è stata) una guerra, è ovviamente giovane – per cui se ha dei figli sono piccoli o piccolissimi –, sarebbe interessante conoscere quali spinte e motivazioni la portano a fare questa scelta. Perché decidere di lasciare i propri bimbi ad altri per lunghi periodi richiede senz’altro un alibi di ferro. Spuntano allora alcuni quesiti su come questo ‘lavoro’ possa essere giustificato dalla secolare ricerca del raggiungimento delle pari opportunità donna-uomo.
Riteniamo che una scusa del tipo «Dovevo lavorare, è stato l’unico lavoro disponibile», sia assolutamente inaccettabile quando una giovane donna ha dei figli piccoli a cui badare. In particolare, riferendosi alla donna marine di cui all’inizio, a Londra e dintorni chi ha veramente voglia di lavorare trova sicuramente un lavoro. Verificato personalmente sul posto.
Se alcune donne-mamma si sentissero tanto portate verso le prestazioni di lavoro da svolgere nell’assistenza sociale, potrebbero sempre dedicare alcune ore del loro tempo al volontariato ospedaliero, oppure badare anche ai bambini di altre donne che si trovassero in stato di necessità per vari motivi. Qualora, invece, il vero desiderio fosse quello di sparare con un fucile, esistono poligoni di tiro al piattello un po’ ovunque.
E non si vuole assolutamente sostenere l’antica, assurda tesi per cui una mamma debba rinunciare a qualsiasi attività extrafamiliare (lavorativa, artistica, sportiva, sociale, letteraria e via dicendo) per stare sempre con i suoi bambini. Alcune attrici del cinema, ad esempio, se devono allontanarsi a lungo per girare un film, portano con sé i figli piccoli.
Qualcuno potrebbe obiettare «E le donne (madri) che fanno il pilota d’aereo, la poliziotta, l’archeologa?». Risposta: «Qui si tratta di mamme che vanno a combattere in guerra, e nemmeno per l’onorevole scopo di difendere la Patria. Non è come giocare a battaglia navale o al campo minato».


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