01 marzo 2006

Piccoli piaceri





Un capuccino per iniziare la giornata, un caffè dopo aver pranzato, un buon libro o un bel film alla sera... una visita ad ABeCevario. Quando abbiamo iniziato avevamo pensato a tante cose, ma di diventare uno dei piccoli piaceri della giornta non l’avevamo proprio immaginato ed invece si è simpaticamente verificato, speriamo di continuare a meritarci questo piccolo ma interessante compito e di potervi piacevolmente sorprendere prossimamente con nuove idee e proposte.
Buona lettura e.... buona pausa.

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Per scriverci: abecevario@gmail.com

In questo numero:
- “Cittadino d'Arte” di Paolo Posocco
- E' qui la festa? di Marco Perici
- Uno=Nessuno…e Centomila. di Stefano Ferello
- Attenti al lupo! di Valeria Siviero
- L’entusiasmo dei vent’anni di Fiorenza Valentini
- Quando il calcio non conta di Alessandro Comin

Buona lettura

“Cittadino d'Arte”



di Paolo Posocco
(foto galleria Vanzo)

Le mie dita scorrono agili bottone dopo bottone, poi tocca ai gemelli e la camicia è perfetta, il buon umore mette sempre più destrezza nei miei gesti e persino la cravatta viene composta brillantemente, le ultime smorfie seriose davanti allo specchio e sono pronto! Eccomi finalmente, con modestia, ma sono “cittadino d’arte!” (per proprietà transitiva logicamente) ed ansioso per questa nuova avventura mi preparo per agire di conseguenza...
Ma cavoli, alla fine devo fare le compere e basta, di domenica poi... ma se mi rompe farle durante la settimana, figuriamoci la domenica! Invece sembra proprio così, essere città d’arte si risolverà semplicemente nella possibilità di tenere i negozi del centro storico aperti nei giorni festivi e con orari diversi*. Mi manca qualche passaggio... forse davo troppo peso alla faccenda per la ridondanza del “città d’arte” e pensavo significasse che qualch’cosa potesse cambiare, che parco bolasco tornasse a vivere, che si creassero i presupposti per uno spazio espositivo, che la piazza cominciasse ad essere vista diversamente da un parcheggio.
Invece, con l’italica sensibilità verso il proprio patrimonio, leggi e parametri diventano mezzi per ottenere risultati diversi dalle intenzioni dei legiferatori e le amministarzioni locali colgono queste “occasioni” al volo. Lo spirito della legge è stato travisato ed il centro legherà ancor di più la sua funzione a semplice “passeggiata vetrine”, ancora una volta gli esercenti infuiranno sull’utilizzo e il fine di un bene della collettività, temo inoltre che con quest’ultima “conquista” terranno ancor più in ostaggio la nostra piazza, trasformandola definitivamente in una loro pertinenza, impedendole così d’essere condivisa con altre attività e ridisegnata nella sua forma e funzione per poter diventare il fulcro di una cittadina che vuole delle sensazioni che tocchino l’anima, la mente e non solo il potafoglio, che ci facciano comunicare tra di noi e non solo deambulare pavoneggiandosi... e ... e ...
e va bè ho capito siamo alle solite, quasi quasi mi cambio e vado a fare un giro in bici!


*(... ai sensi dell’art. 8, comma 5, della legge regionale 6 aprile 2001 n. 10, si applicano al commercio su aree pubbliche le deroghe alla chiusura domenicale e festiva stabilite dalle vigenti norme statali e regionali in materia di orari commerciali per le località a prevalente economia turistica e per le città d’arte)


E' qui la festa?



di Marco Perici

L'attualità è un ottimo spunto per scrivere qualcosa di intelligente (spero) ...mi riferisco ai recenti fatti estremi scatenati da alcune vignette satiriche verso una religione. No, non mi interessa indicare quale religione sia, quello che voglio dire è assolutamente trasversale: siamo certi che sia il caso di arrivare a certe esagerazioni per un qualcosa che non abbiamo assolutamente la certezza esista?
Si, mi riferisco alle "promesse" (per qualcuno dogmi) di una "vita" oltre la vita, di un luogo dove passare l'eternità in pace come premio o al contrario scontare per sempre le nostre malefatte.
Ma mi domando: perché "qualcuno" a fronte di buoni o cattivi comportamenti per un miliardesimo di miliardesimo di tempo sull'orologio dell'universo (tanto valgono all'incirca i nostri 80/100 anni di vita terrena) dovrebbe darci i restanti miliardi di miliardi di anni di pace o di sofferenza?
Non ho mai nascosto il mio sostanziale ateismo; non ho certezze che non ci sia nessuno (come non ce ne sono del contrario), ma posso vedere con i miei occhi i risultati eccessivamente negativi, per fortuna di una minoranza, che può portare a crederci. E ribadisco che non mi riferisco a nessuna religione in particolare, da questo punto di vista sono tutte uguali (o lo sono state o lo saranno), a parte forse quelle che non sono incentrate su uno o più Dei (es. il Buddismo).
No, non credo che ci sia "qualcuno" che sta li a guardarci, che può fare TUTTO e invece se ne sta a guardare, tra il divertito e l'indifferente, cosa combiniamo. E anche se fosse non lo sapremo mai, non almeno durante la vita terrena, quindi perché sprecarla con comportamenti estremi, vediamo di viverla bene.
Bene non significa divertirsi a più non posso pensando solo a se stessi, significa bene, per noi e per gli altri, con un giusto equilibrio tra gli "eccessi" occasionali e la normalità preponderante. Perché un leone dovrebbe vivere bene facendo solo due cose nella vita, mangiare e dormire (anzi tre, anche accoppiarsi occasionalmente) mentre noi ci consideriamo annoiati anche solo se non andiamo al cinemadiscotecamangiarefuorialmareasciareechipiùnehapiùnemetta tutti i giorni??
Viviamo bene e facciamo vivere bene gli altri! ... NOI (intesi come tutti gli esseri viventi) siamo importanti, onoriamo la nostra vita e onoreremo anche quella dopo, che ci sia o che non ci sia.
Con questo non voglio sminuire assolutamente chi crede, anzi dico che BISOGNA credere in qualcosa, ma come dice Daniele Luttazzi "se la sera vi fa piacere pregare provate a rivolgervi a Francesco Totti o Margherita Hack (ma vanno bene anche Valeria Marini o Albert Einsten), vedrete che il giorno dopo succederanno sempre le stesse cose!"
Ma soprattutto non pieghiamoci ad adorare l'unico "dio" che tutto dovremmo meno che adorare ... il denaro!

Uno=Nessuno…e Centomila.



di Stefano Ferello
(a lato Golconde
Rene Magritte, 1953)

Tanta gente perfetta, tanti manichini ambulanti, tutto sembra semplice, piacevole, bello, curato.
Reality show, vetrine, TV, vestiti, locali affollati, auto, giornali.
Tutto bello, senza pensieri.
Mi viene in mente la frase: “Maestà, il popolo ha fame, chiede pane!”
La risposta: ”Ma cosa vogliono? Il pane è finito? Che mangino brioches!”.
Evidentemente aveva altri pensieri, più leggeri e piacevoli.
Pochi giorni dopo, la testa di sua maestà era sulla ghigliottina.
E’ questo il punto: il nostro tempo è “senza pensieri”, nel senso di “non pensanti”.
Non si pensa a nulla di importante.
Anzi il nulla è diventato importante.
L’unico pensiero è il proprio benessere o ancora più in superficie: il proprio aspetto.
Si vive d’emozioni e non di sentimenti.
Non si guarda al di là del proprio naso.
Non si cerca di capire, non ci si pone dubbi.
Non interessa conoscere, non importa sapere.
L’importante è il risultato.

I giudizi sono sommari, ci si fida della prima campana o della campana che suona più forte o più spesso.
Ormai tutto è intrattenimento, poco o nulla è informazione.
La scelta è “non far scelte”. Si segue l’onda, il flusso.
Si vuol stare tranquilli.
Il senso critico è ridotto al minimo. E’ più dichiarato che vissuto.
Se qualcuno pone un quesito o addirittura un problema, il primo istinto è fastidio, sopportazione. Anzi rifiuto! E non solo del problema, ma anche di chi lo solleva.
“Cosa vuole questo? Via, via; non voglio averci a che fare. Che problemi ha? Perché non fa come tutti gli altri? Che si diverta anche lui, che non rompa!”
Insomma, “Che mangi brioches!”
Si vogliono vedere e frequentare solo persone gradevoli, sorridenti, piacevoli.
Ci si vuole solo divertire o intrattenersi. Non c’è nulla da pensare.
Tanto meno riflettere sul valore delle proprie scelte, sul significato a lungo termine.
Vietato confrontarsi con se stessi se non nel breve, brevissimo periodo.
Le decisioni più importanti avvengono davanti allo specchio o a una vetrina: maglia verde di Gucci o top rosa di DG?
Però non si vive di solo “nulla”.
La coscienza a volte fa capolino….ma viene subito abilmente ingannata.
Basta dire che un cucciolo è carino, per sostenere che si amano gli animali.
Basta acquistare un tappeto etnico per sentirsi alternativo.
Basta un sms per le vittime di qualche catastrofe per sentirsi buono.
Ecco: è così che c’è spazio anche per le prediche intelligenti, per le voci fuori dal coro.
Devono essere divertenti, e soprattutto devono venire da personaggi già noti.
Insomma la predica l’accetti dal guru, dal santone ormai riconosciuto da tutti come tale.
Paradossalmente, in questi termini e condizioni, un pensiero anticonformista è accettato.
Anzi è ascoltato e diventa a sua volta di moda.
Allora paghi 30 euro per vedere Grillo, anche se vesti DG e durante lo spettacolo fai le foto col cellulare ultimo modello.
E’ un fenomeno di massa? Bene. Benissimo.
L’anticonformismo diventa parte del conformismo? Grillo è solo uno “spettacolo”, una brioches per la cocienza? Male. Malissimo.
Comunque, è meglio così.
(N.d.A.: I ripetuti show oceanici di Grillo sono un pretesto per dare attualità a ciò che scrivo: personalmente lo apprezzo, ma ho anche qualche riserva…comunque meglio 100.000 a sentire Grillo che neanche uno!)

Attenti al lupo!



di Valeria Siviero

Ancora verso il Cinecity...
Questa volta all’ultimo momento, dopo aver prenotato i posti in tutta fretta e aver deciso per un film un po’ “fortino”, termine che uso per definire un genere in cui so che ci saranno mostri e scene particolarmente cruente.
La pellicola in questione è “Underworld”, ovvero un mondo oscuro, nascosto e tenebroso, in cui si consuma una lotta epocale tra vampiri e licantropi, una storia che sembra voler rievocare le nostre paure infantili, nel senso che sono legate all’infanzia.
Quante volte ci sarà capitato, da bambini, rannicchiati sotto le coperte e nel silenzio della notte, di rimanere in ascolto del più piccolo rumore, timorosi quasi di respirare e nella paura che, se non facevamo i “bravi”, sarebbe venuto a prenderci il “lupo cattivo”?
Sono tutte storielle che ora ci fanno sorridere e sicuramente di una certa innocua utilità per genitori esausti di fronte ad una prole iperattiva..
Ma torniamo ad “Underworld”. Sono seduta sulla mia poltrona aspettando che lo spettacolo inizi ed ecco che sento alcune giovani vocine... un po’ troppo giovani, a mio parere, perché gli spettatori seduti dietro di me avranno si e no cinque anni.
Sono rimasta un po’ indietro e non mi rendo conto che al giorno d’oggi i bambini sono in grado di affrontare scene di tutti i generi? O forse i loro genitori non si aspettavano scene troppo violente?
Eppure l’anteprima appariva chiaro e non ci si poteva sbagliare sulla durezza delle immagini, tra l’altro costanti per tutta la durata del film.
Infatti già le scene iniziali sono tutte concentrate sulla lotta tra queste mostruose creature e il sangue trabocca da tutte le parti! Le trasformazioni dei lupi mannari sono molto impressionanti e a volte distolgo lo sguardo... figuriamoci come possono reagire i bimbi dietro di me ...!
Ma non è ancora finita perché, naturalmente, come ogni storia che si rispetti, c’è anche di mezzo l’amore, una tenera attrazione tra un ibrido metà lupo e metà vampiro e una bella “vampiressa”, che sfocia in una calda scena di sesso, assolutamente chiara e inequivocabile.
A questo punto non posso fare a meno di ridere sotto i baffi immaginando l’imbarazzo della mamma e la perplessità dei figlioletti.
E’ vero, forse non tutti vengono cresciuti a fatine e Walt Disney e alla Tv si vedono cose di ogni genere, ma perché bruciare le tappe e sbattere loro in faccia tutto e subito?
La fantasia va presa come tale e forse sono più nocive scene di guerra o di violenza sociale, ma non turbiamo troppo in fretta la loro ingenua visione del mondo e lasciamo che vivano ancora per un po’ nel mondo delle favole... Un mondo che anche noi, ora che siamo adulti, vorremmo tornare a guardare con gli occhi di un bambino.

L’entusiasmo dei vent’anni



di Fiorenza Valentini

Siamo certamente in molti a seguire le gare delle Olimpiadi Invernali di Torino, non soltanto le persone con passione ‘montana’.
Con la speranza che i ‘nostri’ guadagnino tante medaglie, magari l’oro o l’argento, ma va bene anche il bronzo, meglio ancora se riescono a insediarsi fra i primi sei-sette nella classifica generale.
E se accade che i nostri atleti che detenevano un terzo posto prima della finale, si ritrovano a fine gara fuori dal podio, ci sentiamo defraudati di un qualcosa che sembrava appartenerci di diritto.
Solitamente si seguono le gare delle discipline che attirano maggiormente, ma diamo un’occhiata incuriosita anche alle altre. Al curling, per esempio, che, con tutto il rispetto per cultura e sport di altri popoli, sembra ispirare una noia tremenda; poi, quel gesto di lustrare il ghiaccio con le spazzolette, onde permettere alla boccia di correre più velocemente e di agevolare una certa traiettoria, fa sorgere allegramente il paragone con quelle casalinghe che insistono a togliere macchioline, spesso inesistenti, su mobili o pavimenti lucidissimi.
Chi scrive si augura di non avere offeso nessuno e di non venire in futuro, a causa di quanto espresso riguardo al curling, bersagliata da un nutrito lancio di palle di neve da parte di cittadini scandinavi.
E dopo le ansie, accompagnate da tachicardia, provocate dalle eliminatorie, si consolida la speranza di veder avanzare gara dopo gara l’Italia – perché in campo olimpico o comunque di campionati vari gli atleti sono il nostro Paese –, fino a giungere a una meritata finale vissuta in simbiosi con chi si batte con passione e lealmente per i primi posti ‘anche per noi’.
E quando ‘vinciamo’ una medaglia, ci si riflette dentro ed esplode l’entusiasmo pulito dei vent’anni, che ci permetteva di desiderare e conquistare un grande amore che fosse per sempre, come l’aver guadagnato una medaglia, una professione in accordo con le nostre doti e capacità, qual è appunto la pratica di uno sport, e la certezza di non dover mai subire alcuna forma di tradimento, regola fondamentale nel gioco di squadra.

Quando il calcio non conta



di Alessandro Comin

Qualcuno di noi non ha forse mai visto neanche uno scorcio delle Olimpiadi di Torino? Chi non si è emozionato a vedere le splendide vittorie dei nostri azzurri che sono “andati a medaglia”? E c’è qualcuno a cui non è scappata una minima lacrimuccia quando il nostro Giorgine Rocca è caduto? O quando è caduta la nostra portabandiera,la Kostner? La verità è che avere le Olimpiadi invernali così vicine a noi,a due passi,a Torino,ha avuto un così gran riscontro sulla gente d’Italia che tutti noi abbiamo iniziato a seguire con passione sport, forse i fratelli minori del sacro Dio Calcio, dei quali forse ignoravamo totalmente l’esistenza o non reputavamo emozionanti. Chi aveva mai visto una partita di curling prima di Torino 2006? Chi sapeva dell’elegante ma atletica bellezza del pattinaggio artistico? Questi si contavano sulle dita di una mano, prima di Torino!
Vinti i nostri stupidi e ingiustificati pregiudizi tutti abbiamo tifato Azzurro, tutti ci siamo commossi e abbiamo partecipato attivamente alle gare, tutti abbiamo condiviso le fatiche dei nostri atleti. E non importa se i nostri cari Giorgio (Rocca) e Carolina (Kostner) non hanno portato a casa nessuna medaglia, deludendo le sin troppe aspettative, la cosa importante è che abbiano messo tutta la loro buona volontà e il loro impegno per preparare le gare. Si sa però che quando le Olimpiadi si svolgono nel tuo Paese e tutti ti danno per favorito vincitore la responsabilità che hai sulle spalle pesa come un enorme macigno sulla concentrazione e, nel peggiore dei casi, si trovano difficoltà a fare cose di per sé facilissime una volta in gara. Si sa che “errare humanum est”, pazienza. Le grandi soddisfazioni hanno dovuto avere altri nomi, da Fabris a Di Centa solo per citarne alcuni, forse meno blasonati all’inizio dei Giochi, ma che hanno contribuito ad accrescere il medagliere Azzurro, fermatosi a quota 11 (raggiungendo la storica cifra di 100 medaglie italiane, 101 in totale).
Perciò grazie a tutti gli atleti italiani, vincitori e non, per quello che ha hanno saputo regalarci e grazie a Torino che ci ha dato la possibilità di portare a casa nostra i Giochi invernali.
Qualcuno sa quanto ha fatto la Juve oggi? Boh! E chi ne ha idea?!?!
Una volta tanto per qualche domenica in Italia non ha vinto il Calcio, ha vinto lo Sport!