15 dicembre 2006

Nativitad




Tra pochi giorni saremo immersi nelle feste natalizie ed auguriamo a tutti di passarle nel miglior modo possibile cioè serenamente con famigliari ed amici. Per noi piccola redazione c’è stato un regalo, ce lo avete fatto voi seguendoci nelle nostre dissertazioni ed in questa occcasione natalazia vogliamo ringrazziarvi.

Nel numero di questo mese abbiamo un gradito ospite, si tratta dell’arch. Alessandro Boldo che nel suo post ci illustra anzi ci emancipa sulla questione riguardante la zona EX FRAM, dandoci una descrizione dei fatti ma facendoci capire delle cose, lo ringraziamo per questo e lo segnaliamao a voi lettori.

In questo numero:

- Non siamo mica gli americani che sparano agli indiani di Paolo Posocco
- Il trucco c'è di Marco Perici
- Black and white Christmas di Stefano Ferello
- Un regalo verde e altre delizie di Fiorenza Valentini
- Diameter Spherae Thau Circuli Crux orbis non orbis prosunt di Alessandro Boldo



Buona lettura

Per raggiungerci: www.abecevario.it
Per scriverci: abecevario@gmail.com

Non siamo mica gli americani che sparano agli indiani



di Paolo Posocco

Il titolo per gli appassionati di Vasco Rossi è noto dal 1979 essendo in parte il titolo di un suo LP nonchè la strofa di una sua canzone che mi è venuta in mente leggendo un articolo sul gazzettino del 30 novembre*, nel quale si riferiva della proposta da parte del sig. Dussin (EX onorevole) di dotare i vigli urbani di Castelfranco di un’arma da fuoco “Non siamo micca...”. Non mi ero accorto dell’escalation di violenza e della recrudescenza degli episodi criminali nella nostra cittadina! Certamente i tempi sono cambiati e qualche problema c’è, ma una pistola non vedo cosa possa risolvere, soprattutto considerando che le armi da fuoco sono nate per ferire o uccidere un nemico, che sono strumenti pericolosi e non facili da maneggiare come invece sembrerebbe dai vari telefilm e film. C’è un sottile gioco psicologico di paura e potere nell’avere tra le mani uno strumento in grado di togliere una vita e l’emotività diventa in questo modo un fattore micidiale. Negli USA dove le armi non automatiche girano liberamente, sono migliaia ogni anno le persone morte per il fatto che qualcuno possieda un arma e l’abbia usata con paura o imperizia portando all’uccisione di un familiare, di un amico o del vicino di casa; un rumore nella notte, un’ombra e BANG una vita spezzata ed un’altra disperata...
Sono situazioni che ineluttabilmente accadono ed aggiungendo delle persone armate si aumenta la possibilità che tali tristi avvenimenti si verifichino e questo non mi fa certamente sentire più tranquillo. Identificandosi poi nella comunità come ci dovremmo sentire se un giorno nella caserma dei vigili parte il classico colpo accidentale o se nella concitazione di una agitata ronda viene ucciso un ragazzo, la cui unica colpa è stata avere paura o essere un ladruncolo o semplicemente sbronzo (alcuni potrebbero pensere che se l’è cercata ma per un furto o l’ebrezza la pena di morte mi sembra eccessiva o siamo diventati così egoisti e materiali, così vittoriani e perbenisti).
Castelfranco ha una compagnia di Carabinieri e una di Polizia Stradale, a loro noi cittadini tramite lo stato demandiamo l’onere di avere un’arma e di poterla usare e proprio loro ci dimostrano che non servono altre armi in giro, infatti vorrei far notare che non usano pressocchè mai le armi in dotazione.
La buttata un po’ da cow boy di Dussin ha però trovato risposta nella nostra ineffabile amministrazione comunale che la vede con favore e la vorrebbe applicare, chiaramente non tutti i trenta vigili verrebbero armati, solo alcuni che hanno dato la loro disponibiltà, per motivi di sicurezza, nei servizi notturni. Al di là di facili battute i Vigili sono brave persone che svolgono un compito importante per la comunità, non diamogli una responsabilità come questa, non facciamo in modo di dover piangere per una vita interrotta dal piombo, mi dispiace fare la Cassandra ma non mi stancherò mai di ripetere che se ci sono armi prima o poi il guaio capita.
E poi questa vicenda dimostra che di “pistola” ce ne sono già abbastanza in giro!


*link articolo

Il trucco c'è



di Marco Perici

Il Natale si avvicina, con lui la fine dell'anno e, come accade da ormai parecchi anni a questa parte, le edicole si stanno riempiendo di calendari. E sempre di più con i classici "12 scatti" di belle ragazze "poco vestite" ...beh, poco è oggettivamente una esagerazione, diciamo pure nude!
Naturalmente non ci trovo niente di spiacevole, ne per gli occhi (anzi!) ne per la morale, sono ben altre le cose immorali.
Magari qualcosa da ridire sull'uso spudoratamente pubblicitario che fanno molte aspiranti soubrette/vallette/attrici/chipiùnehapiùnemetta ci potrebbe anche stare, ma in fondo fanno quello che farebbe chiunque di noi, cercano di sbarcare il lunario, e parafrasando un grande personaggio che è nato più o meno in questo periodo "chi non ha mai pensato di prendere una scorciatoia scagli la prima pietra" ...
Ma questa premessa non l'ho fatta per parlare di bei corpi femminili nudi o di usi impropri (impropri?) di essi, ma di come l'immagine stia facendola sempre più da padrona in tutto, portando l'apparire ben al di sopra dell'essere ... a cosa mi riferisco?
Non so se ve ne siete accorti ma la quasi totalità delle foto di queste ragazze è ritoccata al computer in maniera piuttosto pesante.
E non solo, sempre più spesso anche le foto di personaggi pubblici (a partire nel campo politico, se ricordate un certo faccione non solo pesantemente truccato cosmeticamente ma anche ritoccato elettronicamente, passando per molti "VIP" di tutti i campi) vengono ritoccate al computer anche quando pubblicate in riviste di tutti i giorni, non necessariamente dedicate al gossip.
Grazie al mio lavoro conosco bene le potenzialità dei computer odierni e le possibilità di manipolare le immagini con estrema facilità e ho un po' l'occhio critico, ma credo che molti si siano accorti dell'innaturalità di alcune di queste foto: pelli perfette ma che sembrano dipinte in acquarello, mancanza di piccole (o grosse) rughe che rendono "umana" la foto (e la persona), occhi di colori improbabili etc. ...
Devo dire la verità che ogni anno mi presentavo all'edicola per portarmi a casa il numero di "Max" con il calendario della bellezza di turno, ma da almeno un lustro non lo faccio più perché non trovo nulla di piacevole nel guardare queste foto innaturali.
Parlando di bellezza femminile preferisco vedere qualche ruga o un po' di "buccia d'arancia" (che ci crediate o no, rendono più bella e interessante la persona) piuttosto che quelle oscenità omogeneizzate con lo strumento "sfumino" di Photoshop!
E sinceramente vedere visi palesemente ritoccati (in elettronico o in chirurgia) e inespressivi (guardate come è conciato Silvester Stallone ...oddio, non che prima fosse più espressivo!) non mi fa apprezzare di più una persona, anzi per quanto mi riguarda perde punti, e molti.
L'abito non fa il monaco, e nemmeno il trucco ...

Black and white Christmas



di Stefano Ferello

Shopping natalizio. Un immenso negozio d’elettronica, multimedia, elettrodomestici.
Entro. Folla suoni musica squilli parole voci suonerie.
Cerco qualcosa di particolare: una macchina per fare il pane in casa.
Mi avvicino al reparto “cucina”. Trovata!
5 modelli esposti. Guardo, tocco, confronto.
Intorno a me, la bolgia consumistica: tanta gente anche nel mio reparto, ma si respira.
Arriva una coppia sui 50 anni. Tranquilli.
Sembrano interessati allo stesso tipo di prodotto.
Parlano piano. Nel marasma, ecco due persone distinte. Stile classico e sobrio nei modi e nel vestire. Questa cosa mi colpisce.
Guardano, toccano, confrontano. Però in modo diverso: hanno esperienza. Possiedono già una macchina per il pane.
Intorno, la bolgia è in crescita.
Nessun addetto all’orizzonte.
Faccio da solo. Ormai ho deciso.
Anche la coppia è quasi convinta: scelgono un modello diverso dal mio.
Il loro è molto “basic” e di marca sconosciuta.
Idea! Perché non sento un loro parere? Sembrano gentili e sicuramente mi daranno un consiglio.
Scambiamo due parole. Sorridenti, mi dicono che mangiano molto pane (famiglia numerosa) e cercano una nuova macchina con maggior capienza. Non sono interessati a funzioni aggiuntive.
Improvvisa, una voce: “Posso essere utile?”
Miracolo! Una commessa si offre!
Guarda me e non considera i miei momentanei interlocutori.
In effetti ero arrivato prima io.
“Sì. Grazie.”
Chiedo informazioni di base su caratteristiche dei modelli e motivi della differenza di costo.
Si esprime con padronanza di linguaggio e gentilezza, ma capisco che non sa niente.
Strano: è una ragazza sui 35 e sembrava avere esperienza.
Alla fine dice solo ovvietà: il prodotto più costoso è il modello di punta, il modello più economico è il prodotto “da prezzo”.
Bastava poco che mi aggiungesse che la terra è rotonda!
Però insiste particolarmente su un aspetto: “Questo costa un po’ di più. E’ una marca italiana!”
Mi domando se solo il marchio sia nazionale e magari venga prodotto in Cina!
Resto un po’ perplesso. Non ho ricevuto spiegazioni, ma ringrazio lo stesso.
L’addetta sta per andaresene.
E la coppia? Non sono clienti anche loro?
Hanno atteso che io finissi e ora si rivolgono alla commessa.
Parla la donna e chiede gentilmente:
“Questo modello ha 2 motori invece di uno solo. Però costa meno. Può darmi qualche informazione?”
L’addetta al reparto cambia atteggiamento ed espressione. La voce é aspra, acida:
“Scusa, non capisco cosa dite. Potete parlare italiano?”
COSA?!?
E’ vero che c’è molta confusione, però io ho sentito benissimo!
E se proprio non capisce, può chiedere di parlare più forte o di ripetere.
La coppia non batte ciglio: si avvicina e ripropone la domanda.
La commessa questa volta risponde.
Sprezzante, liquida tutto in due parole: “Non mi sembra sia diverso dagli altri modelli”.
A quel punto la signora indica i 2 motori. La ragazza è costretta a prendere atto della differenza.
Si avvicina all’elettrodomestico. Lo solleva. Lo ripone subito.
Risponde laconica: ”E’ il prodotto che costa meno.”
Chiude la conversazione e va in altro reparto.
Maleducata? Inesperta? Poco preparata? Stanca e stressata dallo shopping natalizio?
Sono comunque clienti !
Disposizioni aziendali di non perdere tempo con chi é “economicamente poco interessante”?
No. Non credo verrà mai discriminato chi vuole un spendere “solo” 50 euro invece di 80.
E il proverbio dice: “Pecunia non olet”
Secondo me c’era qualcos’altro sotto tanta diversità di trattamento.
Ah, dimenticavo: l’uomo e la donna avevano la pelle olivastra e tratti somatici arabi: in pratica, erano extracomunitari!
Bianco Natale a tutti!

Un regalo verde e altre delizie




di Fiorenza Valentini
Alcune persone hanno una spiccata antipatia per il colore verde; in particolar modo non indosserebbero mai un indumento, nemmeno intimo, di quel colore. Non è questa la sede per indagare sui motivi psicologici o altri che possano aver provocato questo genere di rifiuto, anche perché non si tratta di una grave idiosincrasia della quale gli altri debba essere portati a conoscenza.
Ebbene, sembra che per qualche perverso motivo in occasione dei regali scelti con cura per le Feste da parenti e amici, a questi soggetti anti-verde arrivi immancabilmente almeno una felpa o più indumenti incontestabilmente di quel colore. Spesso non finisce qui, e la serie di regali ricevuti si conclude, ad esempio, con una simpaticissima rana di peluche di notevoli dimensioni, naturalmente verde.
Premesso che sembra molto più piacevole scegliere, acquistare e portare i regali che non riceverli, vi sono alcuni fissati con il ‘regalo utile’ che, qualche tempo prima del fatidico giorno di Natale, perquisiscono le abitazioni dei loro destinatari – ovviamente quando lo possono fare – alla ricerca di quel ‘qualcosa che gli manca’, per fare sì che la sorpresa sia ancora più stupefacente. Accade così che capiti di ricevere anche oggetti e cose varie che non possediamo per il semplice motivo che non li volevamo proprio in casa.
Un’altra strana categoria è quella dei regali ‘distratti’, come possono essere un trancio di ottimo prosciutto crudo all’amico di fede musulmana, una enorme scatola di cioccolatini al latte alla zia diabetica, un accendino firmato al cognato che ha smesso di fumare da quattordici anni, un quadro all’amico pittore, un vaso cinese autentico all’amica che ha arredato casa in stile assolutamente moderno, e si potrebbe continuare all’infinito.
Una cosa è certa, quelle persone che non possiedono geneticamente una bella faccia tosta, dovranno fare allenamento per assumere espressioni raggianti e soddisfatte da utilizzare quando apriranno i regali, magari imparando, con le dovute intonazioni, frasi del tipo “Che bello, è una bellissima sorpresa!”, “Ma guarda, sai che volevo proprio comprarmelo?”. Non si tratta di mentire ma, presumendo che i doni siano stati fatti per affetto, sarebbe certamente offensivo dimostrare di non averli graditi; se poi qualcuno ci avesse fatto un regalo ‘per dovere’ (brutta abitudine!), peggio per lui.
Auguri a tutti di trascorrere serenamente e in pace le prossime Feste, e di continuare per tutto il 2007 (e anche oltre).

Diameter Spherae Thau Circuli Crux orbis non orbis prosunt



Diameter Spherae Thau Circuli Crux orbis non orbis prosunt
"il diametro della sfera, il tau del circolo e la croce dell’orbita non giovano ai ciechi"

Nel territorio di “cittagna”
di Alessandro Boldo

La questione delle aree dismesse ha oramai dilatato in tutta Europa il suo significato, nemmeno Castelfranco ne è rimasta indifferente e recentemente si è interrogata a quali regole deve sottostare il disegno di queste nuove parti della città semiconsolidata.
È vero, non siamo in un periodo dominato da estetiche normative, ma è pur innegabile che la costruzione di una gran parte del territorio non può affrancarsi da un ideale di lungo periodo: per questo anziché volgersi nostalgicamente al passato o riporre totale fiducia nell’attuale commercio al minuto è necessario ripensare il contesto storico e geografico nei suoi aspetti strutturali (più che stilistici) e nelle sue possibilità di trasformazione.
Una sfida in questo senso potrebbe derivare dall’indagare cittagna con occhio diverso, quasi destrutturandola, evidenziando le relazioni tra le singole parti per far emergere i punti di forza e debolezza.
Per tale motivo la questione dell’”Ex-Fram” ( o Ex-Geconf,..) è stata una occasione mancata: uno strumento potenzialmente dalla portata innovatrice e paradigmatico per produrre pianificazione urbana e territoriale ad alto livello: una nuova condizione di possibilità, in grado di offrire un’occasione storica di trasformazione concreta, che non si presenterà più per molto tempo.
Il fenomeno della dismissione è in parte legato alla cessazione (o in questo caso ) al trasferimento delle attività di produzione , ma anche all’ammodernamento di servizi e infrastrutture e dovrebbe essere dunque esteso fino a comprendere il vasto fenomeno della ristrutturazione delle aree contermini. Quando parliamo del P.U.A. - approvato dal C.C. in data 12 novembre 2006 – questo fenomeno interessa non poche aree, ma la realtà totale di Castelfranco, oramai deficitaria di strutture integrate, spazi verdi, reti di connesione, relegando il tutto alla semplice contabilizzazione degli standards.
È stato criticato il modello di urbanistica previsto dal PUA ancora ancorato ad uno sviluppo postfordista, che ha nelle quattro funzioni basilari la sua ragione d’essere (abitare, lavorare, circolare, riposare). Ogni funzione secondo tale realtà occupa un determinato spazio e ad esso viene associata, in modo da ottimizzare il funzionamento: il problema nasce quando queste funzioni si mescolano tra loro generando impatti che lo stesso sviluppo non riesce più a digerire. La cittagna si espande, ma come e con quali strumenti a supporto? Non un indicatore sul piano in oggetto se non quelli relegati alla semplice autopoiesi dello stesso, non un tentativo non una semplice sommatoria di quartieri per nuclei isolati, ma territori più ampi, un vero e proprio ecosistema urbano, in questo caso minacciato soprattutto dalla semi-monofunzionalità dell’area a carattere eminentemente residenziale. L’area e questi fantomatici 183.000 mc. per rispondere al fabbisogno di una collettività devono tener conto di un tipo unico di domanda o deve integrare una molteplicità di richieste?e ancora quali gli strumenti a supporto delle fasce meno abbienti della popolazione (giovani coppie, anziani,..)
Nella comparazione degli andamenti demografici con la costruzione di vani (indicatore per altro vetusto per inquadrare il problema di cittagna), molto realmente 1000 nuovi insediamenti senza servizi di base al cittadini lasciano qualche giustificato dubbio.
L’urbanizzazione di Castelfranco è legata alla sinergia tra privato e pubblico, ma se negli anni ’60 gli insediamenti residenziali erano incoraggiati da un’adeguata distribuzione dei servizi all’interno dei quartieri (pensiamo alle scuole, ai centri di quartiere, ai piccoli commerci,…), ora con il P.U.A. dell’area “Ex Fram” a fronte di un intervento per 183.000 mc. cittagna guadagnerà – forse - una scuola materna che grava sulle tasche del privato per 600.000 €.
Questo dibattito è già caldo, ma vorrei riportare le parole del consigliere Squizzato in C.C. del 11 novembre 2006

” Ci sono casi in cui come nei Piruea, il privato si impegna per 83 euro al metro cubo nella realizzazione di opere di pubblica utilità, in altri casi i privati devono rifondere la collettività con quantità pari al 35% dei volumi edificabili – la cosiddetta perequazione urbanistica delle aree C2. 2 -, qui siamo in una situazione in cui invece si vede un solo lottizzante, anche se proprietario di circa un terzo del volume totale, impegnarsi formalmente per un valore di 600 mila euro, per 180 mila mc, ovvero 3,3 euro/mc, nella realizzazione di opere di pubblica utilità – nella fattispecie la scuola di cui si è saputo di recente”.

Dovendo l’urbanistica gestire e amministrare il bene pubblico principale (il proprio territorio) 3,3 €/mc sono un bel regalo!
Parliamo di densificazione?, tema tanto caro a urbanista moderni nel rispolverare il mito della ville radieuse e forse anche a qualche professore oggi: tuttavia è bene ricordare come l’aumentare della dimensione e della densità urbana porta a notevoli diseconomie legate al verificarsi di fenomeni di inquinamento e di degrado ambientale, congestione dei centri urbani, occupazione del suolo pubblico, impatto visivo, inquinamento atmosferico ed acustico, incidentalità, consumo accelerato di fonti di energia non rinnovabili.

Parliamo di viabilità?
Nel 1991 (addirittura 15 anni fa…) la Commissione della Comunità europea ha pubblicato la Ricerca per una città senz'auto, uno studio per verificare se può essere tecnicamente possibile ed economicamente praticabile un modello di una città in cui la mobilità venga assicurata con altri mezzi, anche tra loro combinati, che non siano l'auto. 
Le cause dell’insostenibilità del mezzo a motore derivano dalle politiche insediative (sprawl con abbandono dei centri storici ed espansione delle periferie urbane) e localizzative (collocazione dei poli di attrazione) adottate anche a cittagna negli ultimi anni e da quelle trasportistiche (progressiva e costante costruzione di nuove infrastrutture stradali) che hanno assecondato questa tendenza. Forse dovremo ripensare i nostri spostamenti, diminuire la distanza dei percorsi, assicurando prossimità e possibilità di contatti anche solo con spostamenti pedonali. 
A tal fine si potrebbe determinare un ambito spazio-temporale coincidente con una parte identificabile di città, che qualcuno chiama (un po’ come i quartieri anni 60-70), entro il quale gli spostamenti necessari per i bisogni quotidiani possano essere compiuti facilmente a piedi o in bicicletta; ogni unità di prossimità dovrebbe pertanto contenere al suo interno i servizi minimi che consentono la soddisfazione dei bisogni più immediati e quotidiani.
Vorrei ricordare che nelle norme di piano si parla di “isola ambientale” come stabilito appunto dalla legislazione regionale: purtroppo tali isole non creano alcuna connessione ecologica e come tali non migliorano l’ecosistema urbano. La già citata multifunzionalità dell’area , forse, e quindi la dotazione di servizi base (una scuola, una rete di mobilità alternativa,un centro di quartiere, un luogo per socialità diffusa) avrebbe permesso di trovare al proprio interno le risorse necessarie al loro sostentamento per evitare l’aumento della materia in entrata ed uscita, che in base alla situazione attuale porterebbe ad una costante crescita della domanda di mobilità (la congestione viabilistica, il consumo di combustibili e delle emissioni inquinanti acustiche e aeriformi ).

Parliamo di coinvolgimento dei cittadini per la condivisione delle scelte?
Parliamo di reti ecologiche?
Parliamo dei problemi reali della città?

Mi interessa sottolineare una cosa: ultimo numero di “Castelfranco Informa” articolo del capogruppo di Vivere sulla questione ex-Fram; certamente il coraggio di prendere certe decisioni gli amministratori lo hanno avuto, questo non glielo toglie nessuno, ma non penso – come si legge nelle prime 5 righe dell’intervento- che questo possa tradursi in “sviluppo sostenibile”. Purtroppo lo sviluppo sostenibile è molto più complesso di bonificare una struttura dall’amianto e recuperare del verde fittizio tra strade ad alto traffico.
Ma qui apriremo un altro dibattito
Dove stiamo andando? Stiamo gestendo un lento declino? 
Sembra un cane che si morde la coda…..