01 maggio 2006

La mezza stagione c’è!



(nella foto la redazione al lavoro)

Ebbene si la mezza stagione c’è! Freddo e pioggia o sole e vento, un certo torpore ci coglie e la voglia di fare si diluisce facendoci comprendere il detto “aprile dolce dormire”, anche la nostra redazione ha onorato l’arrivo della primavera accogliendola con la dovuta pigrizia ... insomma un pò in ritardo (un mese per la precisione, ma fatecela passare per questa volta) ma rieccoci dopo il pisolino e con rinnovato mordente a voi i pezzi e buona lettura!

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In questo numero:
- "Qultura" di Paolo Posocco
- "Ipocrisia stradale (e non)" di Marco Perici
- "ONE WAY. MY WAY." di Stefano Ferello
- "Vale la Vendetta?" di Valeria Siviero
- "Il praticante incrollabile" di Fiorenza Valentini

Buona lettura

Qultura




di Paolo Posocco

Un Articolo del Gazzettino, pagina di Castelfranco, del 28 marzo 2006 titolava "La cultura paga davvero molto poco" ed esponeva le cifre del nostro comune: spesi 803.683 euro e incassati 18.500 per una copertura delle spese del 2/3%. Il sindaco allora spiegava che il teatro è piccolo (può contenere 280 persone) e la casa del Giorgione non è molto capiente e di conseguenza... va detto che l’articolo successivamente riportava che il comune, considerando tutti i servizi individuali, riesce a compensare l’esiguo ritorno economico della cultura.
Trovo ineccepibile che le ridotte dimensioni non consentano grandi ritorni ecc.
Trovo invece sconcertante l’offerta culturale di Castelfranco!
Il Teatro Accademico ha un buon calendario di spettacoli, ma è appunto piccolo! Non abbiamo uno spazio espositivo per ospitare mostre di un certo livello (vedi Palazzo Sarcinelli a Conegliano) e la “sala” dell’Accademico non è certo una sede adatta. Invece di dedicarsi ad un megastore vicino all'Iper, ai metri cubi da elargire con il PRG, dedicare un pò di tempo e risorse per qualcosa di meno "tangiblie" come un teatro auditorium capiente o un luogo per ospitare mostre é così difficile?
La Pala è un opera fondamentale di uno dei più importanti artisti del rinascimento, ma non sembra creare interesse o attrattive. Francesco Maria Preti, tra le tante opere, ha progettato villa Piasani a Strà visitata da migliaia di turisti ma nonostante ciò viene trascurato. Eppure sono i nostri più illustri i concittadini, dovremmo conoscerli, apprezzarli e proporli costantemente, soprattutto come offerta per un turismo da “città d’arte”.
Nei primi anni 90 abbiamo avuto concerti di Mel Davis, Manhattan Transfer, Pat Metheny Group, artisti di livello mondiale ed ancor più belli erano la scuola di jazz con i suoi studenti che la sera improvvisavano delle jam session in piazza. Ora il “Veneto Jazz festival” dai natali castellani ha altre sedi ed a noi arriva poco o nulla dei vari concerti estivi.
In definitiva abbiamo avuto delle possibilità e ne abbiamo ancora, ma evidentemente sono altre le nostre priorità. La colpa è generale, se si cresce in un ambiente povero poi ci si comporta di conseguenza. Se si vuole che la cultura non sia più considerata una perdita economica, si devono diffondere degli interessi meno superficiali offrendo una crescita culturale, facendo in modo che sin da ragazzi si possa avere l'opportunità di conoscere l'arte in tutte le sue forme, questo atteggiamento propositivo creerebbe successivamente una domanda di cultura che ne premierebbe la sua l’offrerta, in pratica un investimento a lungo termine.
In una visione più ampia, la cultura, è difficilmente quantificabile nei suoi "ritorni" ma va di pari passo con la civiltà di un popolo ed un popolo civile è una risorsa che alla fine crea dei ritorni di onestà, di rispetto e rende possibile un atteggiamento produttivo equilibrato con ambiente e tradizioni, il fatto che tutto ciò non si possa calcolare non rende l’apporto economico della cultura nullo.
Ma non scoraggiamoci! Qualcosa per la Qultura e la sua diffusione lo stiamo già facendo!
Si, teniamo aperti i negozi di domenica!

Ipocrisia stradale (e non)



di Marco Perici

Da qualche tempo in alcune strade di Castelfranco sono comparsi i cosiddetti “semafori intelligenti”, che hanno la caratteristica di controllare la velocità di chi si avvicina e di diventare rossi (non di vergogna) quando questi supera il limite di velocità presente in quel tratto di strada; essendo posti in tratti urbani con limite a 50 km/h basta viaggiare a 56 circa (sono tarati considerando lo scarto di legge, 5% minimo 5 km/h) per venire fermati.
Uno di tali semafori è stato installato circa a metà di viale Europa, strada a due corsie per senso di marcia che porta al centro commerciale, dove esiste il limite di 50 km/h …regolarmente infranto, e sfido chiunque a scagliare la prima pietra.
Bene, dopo un po’ di settimane le lamentele sono state parecchie, tante da indurre il comune a disattivare il sensore, lasciano il semaforo alla sola funzione di attraversamento pedonale su richiesta.
Ora mi chiedo se questa non è forse una autorizzazione implicita ad infrangere il limite indicato? Il ragionamento è semplice: c’è il limite di 50 all’ora, metto uno strumento che COSTRINGE a rispettarlo, ma a causa delle troppe lamentele di chi percorre quel tratto di strada lo disabilito, ammettendo di fatto che 55 all’ora sono troppo pochi!
Non sarebbe più facile dichiarare che quel tratto di strada è adatto se non ai 70 almeno ai 60, tarare quindi il semaforo a 65 e ottenere quindi un ottimo risultato? Adesso come adesso molti nel dubbio (ma anche, diciamocelo, per scelta civile) viaggiano intorno ai 55/60, ma c’è sempre chi fa 70/80 (ancora accettabile ma comunque un po’ pericoloso) o peggio molto di più. Se avessimo il semaforo tarato ad una velocità realistica otteremmo un ottimo risultato funzionale, così come è adesso otteniamo … ZERO!
Di ipocrisie simili, non solo nel codice della strada, ce ne sono a iosa e la demagogia è sempre pronta a colpire, e spesso siamo noi stessi a darci la multa per aver infranto un limite a 50 dove sarebbe stato giusto a 70 … impariamo a premiare chi propone scelte impopolari e forse le cose cambieranno!

ONE WAY. MY WAY.



di Stefano Ferello

Questa volta eccovi un pezzo facile, quasi banale, su un argomento trito e ritrito: il traffico.
Argomento pericoloso, visto che io abito in centro. E non uso l’auto.
Il mio pulpito potrebbe essere fazioso.
Eppure mi prendo questo rischio, sicuro di essere imparziale.
E’ un pezzo a senso unico (one way)…naturalmente a modo mio (my way) !
Vi siete accorti che a marzo qualcosa è cambiato?
L’aria è cambiata! No, non intendo l’arrivo della primavera….
In città hanno sperimentato il senso unico in un paio di vie del centro.
Per 3 settimane la diversa circolazione ha creato qualche scompenso, ma ha enormemente alleggerito alcune zone storicamente assediate dal traffico. E il pm 10 è calato!
Lo dico subito: sono d’accordo. Anzi, ERA ORA.
E non lo dico per vantaggio personale, che comunque non nego di aver avuto.
Credo sia stato un segno di civiltà, di progresso.
Finalmente ci siamo avvicinati a città degne di questo nome, dove le auto devono girare attorno e non entrare, dove viene favorito l’accesso al centro delle persone, ma non dei loro mezzi.
Ovviamente in un piccolo-grande paese della provincia veneta, sono piovuti critiche e commenti da ogni parte.
Anzi, vi invito a dire la vostra cliccando “comments” alla fine dell’articolo.
Ho trovato odiose le quotidiane interviste ai soliti “negozianti e baristi” che si lamentano sempre e comunque: d’altra parte hanno interessi economici in ballo e concepiscono la piazza come parcheggio e le strade come via d’accesso ai loro esercizi commerciali.
Anche cittadini “normali” si sono lamentati: infatti le auto, non trovando vie di sbocco, hanno invaso la quiete di zone residenziali limitrofe al centro, rendendole trafficate e inquinate.
Ognuno guarda al suo interesse e nessuno è disposto a sacrificare qualcosa per un bene comune.
Tutti si lamentano del traffico, ma pochi rinunciano all’auto.
Tutti vogliono diminuire le file di auto, ma nessuno accetta qualche auto in più sotto casa.
Devo essere sincero: non mi sono interessato più di tanto degli aspetti tecnici.
Sicuramente, pur essendo una sperimentazione, poteva essere studiata meglio.
Quello che mi interessa, è la decisione di base, il principio che dovrebbe sottendere e sostenere.
E’ soprattutto su questo piano che mi è parso un “papocchio”, una decisione né carne né pesce, tanto per dire:”abbiamo fatto qualcosa!”
Eppure in quelle 3 settimane vi siete trovati di fronte a un vigile o un segnale che imponeva un divieto: “Di qui non si passa”.
Ecco! La soluzione è tutta qui. Questa è la decisione fondamentale attorno alla quale si deve costruire tutto il resto !
Si deve avere il coraggio e la forza di vietare il traffico, anche se può sembrare impopolare.
Certo, non si può vietare e basta. Bisogna avvisare, comunicare, organizzare un’alternativa, investire tempo e risorse non per negare qualcosa ma per costruire qualcos’altro.
Quello che deve passare è il cambio di mentalità, non il cambio del senso di circolazione.
Vi ricordate come è stato introdotto il divieto di fumo nei locali pubblici?
Il ministro Sirchia ha fatto una legge chiara e semplice. E ha fissato, con quasi un anno d’anticipo, la data d’entrata in vigore del divieto.
Polemiche politiche, lamentele di commercianti e di fumatori, discorsi moraleggianti sulle limitazioni alle libertà dell’uomo, richieste di proroga….tutto inutile!
E trovo ancora oggi quasi incredibile che in un paese come il nostro, effettivamente dalla data prevista nessuno più ha fumato nei locali.
Insomma, quel ministro ha tenuto duro perché era convinto che fosse in gioco un bene comune, qualcosa ben al di sopra del vantaggio o svantaggio dei singoli.
E la gente si è adattata. E forse ha anche capito.
Certamente inquinamento da traffico e inquinamento da fumo non sono paragonabili su un piano diretto: una sigaretta è ben più piccola di un’auto e soprattutto non è l’oggetto/simbolo sul quale è costruito gran parte dell’economia e della mentalità di un paese.
Forse è per questo che tanti si lamentano
In realtà non ci si adatta. E tanto meno si capisce.
Per molti, lo sconvolgimento di mentalità sarebbe troppo grande.

Vale la Vendetta?



di Valeria Siviero

In una Londra catapultata nel 2020, dove un governo estremista e dittatore perseguita violentemente ogni forma di ribellione, anche solo ideologica, appare, come nei racconti più classici, un vendicatore mascherato.
E quella maschera sorridente e inquietante, quel mantello nero sotto il quale si celano delle lame micidiali, quel linguaggio accattivante e forbito, fanno del il Signor "V" un eroe che sembra sì provenire dalla tradizione cavalleresca, ma intrisa di modernità ed esperimenti scientifici.
Egli intende combattere la corruzione rendendo omaggio al gesto che il 5 Novembre del 1605 (la storica "Congiura delle polveri") fu del cattolico Guy Fawkes, il quale, per porre fine alla tirannia di re Giacomo I, cercò di far saltare in aria il Parlamento con 36 barili di polvere da sparo, ma fallì e fu torturato e impiccato.
"V" vuol portare a termine quel tentativo incompiuto e sotto le sembianze di Guy inizia la sua vendetta eliminando tutti i responsabili, i persecutori e chiunque tenti di fermarlo.
Chi lo incontra non trova scampo ed egli sembra crudele e implacabile lasciando però trasparire la presenza di una vendetta personale, come intuisce anche la protagonista e sua protetta, Natalie Portman, che crede profondamente nella causa di "V", ma non ne comprende i metodi...
Il Vendicatore mi è parso un efficace e affascinante connubio tra violenza, crudeltà, rabbia, un galante spirito cavalleresco e una fortissima sensibilità emotiva, che scaturisce anche dall'ambiente in cui si nasconde, dove arte e cultura aleggiano ovunque, in una sorta di atmosfera da "Fantasma dell'opera".
Alla fine "V" riesce a far esplodere il Parlamento con un effetto spettacolare e terribile, vendicando e dando anche un senso anche alla morte di Guy.
Tutto è lecito per lui, se questo può portare al raggiungimento del suo scopo e tutta la città lo sostiene, migliaia di maschere uguali, migliaia di facce diverse...
Però, alla fine di tutto, dopo tante uccisioni e tante sofferenze, sopportate anche da chi in realtà non aveva nessuna colpa, mi sorge spontanea una domanda: che sia personale o motivata da una forte ideologia, fino a che punto ha un senso la vendetta?

Il praticante incrollabile



di Fiorenza Valentini
(*)

Spesso, coloro che si dichiarano sostenuti da una solida fede in qualcosa, usano la stessa come alibi di comodo per erigere un muro incrollabile contro quelli che la pensano diversamente, se non addirittura all’opposto. In casi estremi si arriva anche alla lite.
Esistono alcune ‘parole chiave’ proibite che, se citate anche casualmente, provocano in tali persone una sorta di rigidezza glaciale, alla quale segue il mutismo assoluto e la chiusura totale di ogni forma di contatto verbale.
Le più pericolose sono ‘aborto’ e ‘fecondazione assistita’. È sufficiente soltanto emettere le sillabe corrispondenti a queste parole, perché sorga da parte dell’intoccabile praticante una oscura barriera mentale, che spesso corrisponde anche a una patologica rigidità fisica.
Praticante intoccabile, in quanto non si ha minimamente la possibilità di avviare un discorso basato su un semplice, tranquillo scambio di opinioni, e dal quale vengono immediatamente eliminati senza appello i casi in cui “sarebbe necessario fare ricorso a”. Se si cerca di proseguire nel dialogo, viene praticata la chiusura totale fondata sulla frase pseudo-dogmatica “È così e basta”.
Accanto a questi, non meno barricati nelle loro idee, si evidenziano i maniaco-credenti in una fede politica. Anche con persone di questa specie è praticamente impossibile instaurare un dialogo, nel senso che per loro esistono convinzioni radicate nel profondo delle mente, spesso surrogate da false o distorte o male interpretate motivazioni storiche, abilmente gestite e propinate da leader assai competenti in materia di psicologia umana e di gruppo.
Si potrebbe paragonare questo genere di mentalità a certi fondamentalismi (non solo religiosi) che, in questi ultimi anni, hanno acquistato terreno specialmente tra quell’umanità che si fa trascinare di qua e di là a seconda di quello che le suggerisce o impone chi ha il potere. Potere variamente identificabile in alcuni capi di Stato, potenti cardinali, mullah, primi ministri, dittatori truccati da democratici.
È preoccupante notare che nel mucchio, accanto a persone poco o per nulla occupate nel lavoro, o con un basso o inesistente livello culturale, ne esistono altre con importanti incarichi dirigenziali e dotate di intelligenza e cultura superiori alla media, tutte categorie che comunque fanno assai comodo al potere in quanto potrebbero comporre la maggioranza richiesta per governare, qualunque sia il genere di potere.

*Si ringrazia per l'immagine il sito www.plug-pray.org