15 maggio 2007

Vi presentiamo "Note a pennello 2007"









Abecevario è un “blog-giornale” e pertanto accetta volentieri “inserzionisti”, riservandosi naturalmente il diritto di selezionare, sintetizzare nonchè di pubblicare oppure no.
La redazione di Abecevario ha deciso di dare volentieri ospitalità a “Note a pennello” perché ritiene che chiunque si impegna per promuovere culturalmente o socialmente attività in questa cittadina, vada aiutato. In questo numero potrete trovare un articolo della organizzatrice, l’arch. Mariagrazia Lizza, che descriverà la sua iniziativa.

In questo numero:

- 50 metri... che viaggio! di Paolo Posocco
- Energia pulita? Non nel mio giardino! di Marco Perici
- Città diffusa: cultura dispersa? (Parte II) di Stefano Ferello
- Note a pennello di Mariagrazia Lizza


Buona lettura

Per raggiungerci: www.abecevario.it
Per scriverci: abecevario@gmail.com

50 metri... che viaggio!




di Paolo Posocco

Martedì 15 maggio, camminavo lungo le fosse del nostro castello e avendo la macchinetta digitale con me ho potuto immortalare il brodo che si era formato nella zona della Torre, proprio in centro e sotto il naso di tutti (turisti compresi visto che siamo cittadina d’arte). La monnezza in foto è dovuta al mercato, non al Musonello o Avenale che “porta baso a roba”. Non c’è molto da dire se non scegliere tra “maiali” o “cafoni”, dopo lo sfogo verbale si può cercare d’intuire il perchè di un simile comportamento... e allora sembra emergere che forse il concetto di cittadino è veramente relativo tra di noi, che alla fine siamo una moltidudine di indivitualità limitate nei nostri piccoli e meschini interessi. Mi auto cito: “la nostra casa non si ferma all’uscio, continua, sono parte di essa anche le vie e i luoghi, dove cresciamo come bambini prima e come uomini poi.” e vorrei vedere se arrivasse qualcuno nel salotto di casa nostra e vi buttasse i suoi rifiuti, non credo che sarebbe di nostro gradimento...
Mi sono sentito amareggiato, il poco rispetto verso ciò che è di tutti è una cosa avvilente, perchè nel 2007 non si deve più parlare di maleducazione dovuta all’ignoranza ma di semplice e schietta stupidità! Insomma parlare di “homo sapiens” diventa una contradizione in termini...
Facendo pochi passi dalla scena del crimine però mi sono trovato davanti allo striscione de “un castello di libri” che da più di un mese troneggia a lato del palazzeto Preti presentando una serie di incontri con importanti firme del giornalismo italiano, mi sono venute alla mente allora altre iniziative come Frammenti della quale ci occupammo qualche mese fa, e l’ultima “note a pennello” alla quale abbiamo dato volentieri ospitalità, ci sono poi i ragazzi delle Officine teatrali che hanno sempre proposte interessanti e tanti altri esempi. Allora sento la presenza di persone che considerano importante cresere insieme come società, che vogliono aiutare i cittadini a migliorarsi e cosa dire quindi se non “bravi” e ricevere da questi comportamenti un contagioso atteggiamento positivo e propositivo.
Strano vero? saranno 50 metri dalle fosse allo striscione e sembrerebbe invece esserci tra le due realtà un lungo viaggio...
L’estate scorsa si parlava di un paese spaccato in due e comincio a pensare che sia vero, ma che non sia dovuto ad una contrapposizione di partiti, ma una divisione tra chi, indipendentemente dal suo credo politico, vuole creare e crescere una società e chi invece ci cammina sopra indifferente. Le due parti convivono ma non si parlano.
Forse ognuno di noi può fare qualcosa per avvicinare le due parti, anche se poco, ad esempio aderire e seguire le iniziative che ci vengono proposte e soprattutto cercare di coinvolgere, di informare gli altri, gli amici e fin anco i semplici conoscenti, una informazione ha sempre un suo valore quando giunge a chi può servire, crare un pandemia di interessi che aiuti a formare una sensibilità più diffusa.
Ora vi saluto che prima di andare a teatro devo buttare le immondizie nelle fosse...


Torna a indice

Energia pulita? Non nel mio giardino!





di Marco Perici

Leggo un breve articolo di Luca Goldoni: in Sardegna vede degli utili, silenziosi, ecologici mulini a vento per produzione di energia elettrica pulita e se ne compiace. Salvo poi constatare che c'è una campagna ostruzionistica per la costruzione di tali impianti per motivi ecologici.
E si, gli ecologisti non vogliono che si costruiscano impianti eolici dove funzionerebbero meglio, sulla cima di alcuni monti, perché sono brutti!
Intendiamoci, comprendo il loro punto di vista, ma non lo condivido pienamente, anche perché in fondo a me non dispiacciono ... e pare anche a molti turisti visto la quantità di questi che, sempre dalle parole di Goldoni, li fotografano come un bel paesaggio.
Non pretendo che si possa considerare "bello" quanto un paesaggio naturale una tale imponente costruzione (che per quanto è pur sempre un opera del genio umano), ma anche i puristi del paesaggio che inorridiscono, hanno a casa la lavatrice, il ferro da stiro, l'illuminazione notturna, lavastoviglie, computer, svariati televisori, elettrodomestici, rasoi elettrici, caricabatterie per cellulari, apricancelli elettrici ...si insomma visto che tutti noi nessuno escluso non vuole certamente rinunciare al novanta percento delle comodità acquisite, si potrebbe anche chiudere un occhio, magari anche due.
Sono il primo a dubitare di un "termovalorizzatore" e concordo pienamente con qualunque forma di protesta ed ostruzionismo per evitarli, ma per centrali eoliche e fotovoltaiche (non dubito che qualcuno avrà da ridire sull'impatto ambientale anche di una distesa di pannelli neri in mezzo ad una bellissima campagna che so, Siciliana) direi che non bisogna essere troppo rigidi; ricordiamoci che ogni watt prodotto con fonti rinnovabile è un watt sottratto ad una centrale a gas, gasolio, carbone o ad immondizia, quindi vale la pena pagare qualcosa in termini estetici.
Oppure tutti in riva al canale sotto casa a lavare i panni, e portatevi i secchi per fare scorta di acqua, anche l'acquedotto ha bisogno di energia per funzionare!

Torna a indice

Città diffusa: cultura dispersa?



di Stefano Ferello
(Parte II)

Allora, avete compreso cos’è una città diffusa?
Ebbene sì: in pratica è il territorio in cui viviamo noi padano-veneti, una disordinata realtà con pochi vantaggi e tanti svantaggi.
Come dicevo nella prima parte, mi soffermo sugli aspetti culturali.
Qualsiasi istituzione pubblica o privata che volesse programmare politiche culturali in questo territorio ormai trasformato in giungla mista di cemento e mura antiche, di campi e capannoni, deve affrontare il problema della perdita del “centro”.
La “centralità” non solo non è possibile nella città diffusa, ma non è nemmeno recuperabile e ormai non è neppure più desiderata.
Tra la città con il suo centro storico denso di istituzioni culturali ed il piccolo paese rurale che promuove la qualità dei suoi prodotti agricoli e del suo paesaggio anche attraverso il piccolo museo locale o il festival, si estende la zona grigia della non città e della non campagna, che da una parte è profondamente integrata nei consumi urbani e metropolitani, mentre dall’altra rappresenta un territorio quasi inafferrabile per le politiche culturali.
In pratica risulta difficilissimo agire culturalmente in questa “zona mista” ed è invece molto più a agevole promuovere cultura in centri-città già esistenti e ben definiti.
Strettamente legato a tale tematica, è il problema di dar “forma” ad una domanda culturale quando non ci sono centralità o “scatole architettoniche” ben definite, cioè quando non emerge immediatamente una tipologia architettonica od una precisa
forma urbana.
Detto in altre parole, il profilo attuale è quello di un territorio che è senza centro ma che purtroppo è anche “senza luoghi”.
Un esempio concreto chiarirà in modo “paradigmatico” il problema, assai diffuso, ma difficilmente riconoscibile.
In un quartiere fortemente periferico di un’area metropolitana è stata effettuata una ricerca per individuare le necessità di incontro e di socializzazione di giovani ed adolescenti: l’obiettivo era di progettare la costruzione e le attività di un centro di incontro.
La sorpresa emersa dai questionari fu che l’unica richiesta chiaramente espressa dai ragazzi consisteva nell’apertura di un negozio di calzature di una nota marca internazionale di scarpe sportive!
Infatti i ragazzi dovevano spostarsi dalla periferia al centro storico della città, dove in una delle vie più prestigiose era effettivamente localizzato il negozio.
Non c’è dubbio che il fenomeno abbia a che fare con i processi di globalizzazione e che la risposta ai questionari contenga un aspetto di provocazione più o meno consciamente espressa.
Tuttavia si perderebbe di vista il problema se ci si limitasse a constatare che le loro risposte non sono pertinenti, cioè che sono al di fuori della sfera di competenza delle politiche culturali.
Se invece si analizza il tutto da un altro punto di vista, cioè che i ragazzi hanno una diversa concezione dei luoghi della socializzazione, allora emerge come la risposta sia assolutamente pertinente.
In un territorio che non è né città né campagna, i ragazzi non riescono a identificare un luogo caratterizzato da precise dimensioni fisiche (cioè una scatola architettonica ben definita), ma solo qualcosa che ha a che fare con un immaginario, cioè un meta-luogo.
La concezione “classica” di centro d’incontro o di centro culturale prevede appunto un sistema di concentrazione, che può essere semplicemente una piazza oppure un edificio, cioè un luogo dove concentrare interessi comuni e quindi strutturato e organizzato per svolgere attività che favoriscano lo scambio, la comunicazione, la socializzazione.
Al contrario, il negozio di scarpe famose con il suo “logo globale” prevede uno stare in prossimità di una vetrina, di una “iridescenza” di immaginari connessi ad un modo di essere (o di pensare di essere!!!).
La condivisione degli immaginari rappresenta il luogo, la centralità radunata attorno ad un pretesto, quasi indipendentemente dallo spazio fisico e architettonico che ha intorno.
La centralità si produce per irraggiamento da una vetrina che opera come un reattore per gli immaginari dei ragazzi!
Il negozio produce una sorta di “cupola immaginaria” sotto il quale si definisce il luogo della comunicazione e della socializzazione.
L’assenza di luoghi si trasforma nella creazione di luoghi immaginari, cioè meta-luoghi.
Paradossalmente succede che un “non-luogo” come quel negozio si trasformi nel “meta-luogo” di cui si sente la mancanza.
Come dicevo è un problema assai diffuso, ma difficilmente riconoscibile proprio perché è talmente evidente….da non essere visto!
Alcuni esempi renderanno più chiaro quanto appena detto.
Pensate per un attimo, proprio nella nostra città diffusa veneta, quali “spazi fisici immaginari” hanno assunto sembianze assolutamente reali.
Pensate per esempio alle cupole, alle volte, alle gallerie dei centri commerciali o dei cineplex –multisala: cosa c’è di più immaginario e al tempo stesso reale di uno spazio come l’ipermercato o il mega centro commerciale?
E che dire di spazi dei vari Cinecity o Warner Village?
Luci scintillanti, negozi di moda, videogiochi, pop-corn e coca-cola e cartelloni di “fantastici film di massa” ovunque!
Il meccanismo è lo stesso del negozio, ma qui è più evidente: immaginario collettivo e “loghi globali” si fondono alla realtà in enormi “non-luoghi”.
Tutto ciò rende necessaria una riflessione su come dare risposta a domande di cultura, di socializzazione e di comunicazione che non automaticamente necessitano di luoghi fisici reali o speciali
Si pone la questione di un’antropologia dei “nuovi” luoghi o “metaluoghi” pubblici e degli immaginari ad essi riferibili.
Le indagini classiche sull’audience all’interno dei musei e dei teatri, restituiscono spesso un’immagine poco mobile e ben conosciuta dei consumatori culturali quindi appaiono decisamente limitate e superate.
Occorre mettere in campo uno sforzo per individuare i comportamenti culturali di gruppi sempre più estesi di popolazione.
Se le indagini sui consumi di cultura e sull’audience continueranno a partire prevalentemente dalle sedi istituzionali e dalla strutturazione attuale dell’offerta, corrono il rischio di rendere invisibile un altro mondo che sta invece emergendo con velocità.
Se le istituzioni e chiunque programma interventi culturali, non tengono conto che nella città diffusa esiste una richiesta culturale molto diversa da quella del centro città, non riuscirà a raggiungere queste nuove realtà.
Intanto, la richiesta culturale della città diffusa è “cultura dispersa” in luoghi/non-luoghi commercialmente ricchissimi ma culturalmente poverissimi.

Torna a indice

Note a pennello



di Mariagrazia Lizza

Castelfranco Veneto: ridente cittadina della provincia di Treviso, ricca di storia e città murata del Veneto ora diventata, a pieno titolo, Città d’Arte. E’ la città di Giorgione, pittore enigmatico, ma ammirato storicamente ed orgoglio di tutti i cittadini. La città offre diversi eventi culturali, soprattutto nel periodo estivo, avendo una piazza che si presta a tali momenti ed anche diversi cortili di ville e conventi ora adattati all’ uso pubblico. Eppure, nonostante le tante offerte, osservavo che per i giovani, mancava qualcosa. Non che non ci fosse alcuna occasione di assistere a spettacoli, ma ciò che mancava era il loro effettivo coinvolgimento in un evento, nel quale si trasformassero in artisti e fruitori dello spazio cittadino in una empatia ed armonia tra arte, musica e scenografie naturali che, il centro storico murato, aveva sempre offerto, anche se timidamente. Nasceva così, “NOTE A PENNELLO”, che, quest’anno giunge alla 3^Edizione, ma che ha avuto una certa gestazione articolata dal lontano 2000 all’anno fatidico della 1^ realizzazione: il 2005.

La partecipazione dei giovani, finora, non ha deluso le aspettative e la qualità degli artisti sia iscritti alla sezione Musica che alla sezione Pittura si è sempre rivelata alta. E’ un contesto sereno, di festa, ma anche di gara perché alla fine emergeranno dei vincitori appartenenti alle due sezioni. Non è difficile partecipare e la quota di ingresso si è mantenuta invariata nei vari anni e piuttosto bassa perché il fattore economico non fosse un ostacolo ai talenti emergenti.

Non è semplice per le nuove iniziative prendere corpo e ricevere fiducia, ma bisogna crederci, credere ai sogni e pensare che ciò che si sta realizzando è qualcosa che permette di unire e non dividere, di far conoscere, di contaminare di diffondere la cultura del bello del suono e dell’arte e dell’amicizia tra i giovani. Il tentativo era creare un momento solo per voi, giovani castellani e non solo, dato che il concorso ambisce al nazionale; uno spazio dove nessuno impedisce l’esecuzione, o giudica il fatto che non si tratti di professionisti del settore: una vetrina per tutti ed un momento di gioia che è sempre presente quando si parla di spontanea passione. Un grazie a tutti gli amici e sostenitori che, anche solo moralmente, hanno avuto comunque parte importante nel farmi resistere.

Lo sforzo infatti, lo ammetto, a volte mi è costato, ma continuo a pensare, e i partecipanti all’evento in questi anni, me lo hanno confermato, che ne valga davvero la pena. Se volete perciò unirvi insieme a me per questo appuntamento, non esitate, ma credeteci anche voi e fate semplicemente CLICK sui seguenti siti dove troverete tutte le informazioni necessarie:

sul sito "Voce arte e comunicazione"

sul sito del comune di Castelfranco veneto

All’interno di news ed eventi o sulla finestra di “Note a pennello”, troverete regolamenti e moduli di iscrizione.

Vi aspetto numerosi.

Mariagrazia Lizza.

per contatti:
noteapennello@libero.it

Torna a indice